Ti ho amato tre volte, dimenticato due

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Incontrarsi, lasciarsi, ritrovarsi… esiste un punto oltre il quale è troppo tardi?

Una storia sul bene e sul male di un amore tanguero.

***

(https://www.storieditango.it/ti-ho-amato-tre-volte/)

La prima volta che mi sono innamorata di te l’ho fatto perché ti detestavo. Ancora non ti avevo incontrato e già mi riempivano di discorsi su chi eri. La tua fama era noiosa. Bravissimo ballerino. Noioso. Ti guarda e riesce a leggere di che cosa hai bisogno. Noioso. La sua voce è terapia. Noioso.

Quando ti ho visto – e già ti amavo, e già ti odiavo – non capivo che cosa di te mi irritasse tanto. Dopo averti osservato per un’intera notte, mi è divenuto chiaro. Il tuo corpo era molto più libero del mio. Il tuo corpo è molto più libero del mio. In tutto. Non solo nel ballare. Ma nel salutare, nell’abbracciare, nello spostamento della mano mentre ridi, nel modo di sederti, di scavalcare un ostacolo, nel modo di sdraiarti anche se per terra è sporco. È così che hai fatto: a fine milonga ti sei disteso sul pavimento, dove tutti avevano impresso suole, dita, adorni.

Non ci siamo parlati, quella volta. Forse non ti sei accorto di aver invitato tutte tranne me.
Ti ho dimenticato. Mi ci è voluto un po’. Muscoli della mente allenati a non tornare troppo indietro, camminata dritta, sguardo mio.

La seconda volta che mi sono innamorata di te erano passati ormai tre anni dal nostro incontro. Mi hai invitata per prima. Forse non ti ricordavi chi ero. O chi non ero. Mi hai abbracciata come una casa abbraccia un cuore che non ha mai saputo dove prendere fiato. Mi hai abbracciata come abbraccia la pace. Ho sentito che mi calmavo. Che tutto di me si rilassava. Il tuo corpo era un letto, una culla, un modo di stare fra tanti modi di non riuscire a stare. Non dovevo più lottare. Contro nulla. Bastava muoversi insieme al tuo muoversi. Bastava entrare nella tua libertà.

Forse anche per te è stato così. Ma sei sparito.
Ti ho dimenticato. Stavolta ci ho messo molto di più.
Mi sono sposata. Non ho voluto figli.
La tua fama si è ingrandita e da noiosa è diventata noiosissima.

La terza volta che mi sono innamorata di te non avevo più nulla da perdere. Ero invecchiata. Eri invecchiato. Ti ho rivisto quasi senza energia, quasi cercando di separare il tuo abbraccio da te, come foste due entità distinte. Ho accettato di ballare solo per scoprire se quell’abbraccio ce l’avevi ancora. Magari custodito dentro una tasca, o nel risvolto dei pantaloni, magari tra i lacci delle scarpe.

E sì: ce l’avevi. E sempre più potente.
Mi hai sussurrato: «Sono trent’anni che ti porto con me».
Ho interrotto il ballo e ti ho guardato negli occhi. Mi veniva da piangere. Ti odiavo tanto e ti amavo tantissimo.
«Perché non hai parlato prima?». Credo ci fosse rabbia nella mia voce, o forse solo un’esausta, strisciante tristezza.
«Non l’hai fatto nemmeno tu».
«Credevo di non interessarti».
«Io invece sapevo di piacerti, ma avevo le mani legate».
«Perché?»
«Non posso dirtelo. Ora sono qui, però».
«Sono sposata».

Siamo tornati nell’abbraccio. Mi hai stretta come la pace stringe quando ha perso molto sangue.
«Come hai fatto a resistere?»
«Ho ballato tango. Tu?»
«Ho fatto lo stesso».

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