di Victor Hugo Del Grande
Da bambini eravamo abituati a parlare e sentire certi termini che per noi erano familiari, sapevamo molto bene che non erano parole appartenenti alla lingua “castellana”, ma che usavamo tra di noi, una specie di dialetto che i bambini in Argentina erano soliti sentire dai più grandi e di cui conoscevano perfettamente il significato.
Parlo del “lunfardo”, linguaggio popolare usato in Argentina di cui logicamente i tangos sono stati testimoni protagonisti, soprattutto prima che la dittatura ne proibisse l’utilizzo.
Col passare del tempo questa proibizione andò sparendo, ma certi autori – come quello di questo tango, Celedonio Flores – non riuscirono a vederlo e morirono con la tristezza di sentire tante opere storpiate in nome della correttezza linguistica e morale.
Potremmo parlare a lungo del significato e origine del lunfardo, a me piace molto per la sua chiarezza la definizione che ne da Jose Gobello: “Il lunfardo è, a mio parere, un repertorio di termini portati dall’immigrazione durante la seconda metà dell’Ottocento fino allo scoppio della prima Grande guerra,
assunti dal popolo basso di Buenos Aires i cui discorsi si mischiarono con altri di origini creole, parole di origini qechua già di uso popolare che andarono a formare un lessico che adesso circola in tutti i livelli sociali delle repubbliche del Plata”.
L’argomento “donna” è stato largamente usato dagli autori di tangos. Il tango viene dalle periferie (orillero) e il trattamento verso il gentil sesso non era dei più delicati.
Nel tango “Audacia” si ridicolizza con tono canyengue e umoristico una nuova attività di certe donne degli anni Venti, quella di bataclana cioè di vedette di teatro di rivista o cabaret – toccando l’argomento del nudo, portato con leggerezza dai complessi francesi che visitavano Buenos Aires.
Nell’anno 1922 una compagnia di teatro di rivista francese arrivò in Argentina, mostrando lussuosamente vestite e svestite le sue ragazze. Col tempo l’esempio si diffuse tra le vedette locali e cosi nacquero, artisticamente Gloria Guzman, Carmen Lamas, Ada Falcon e Tita Merello.
Questo è l’argomento che utilizza Celedonio Flores per scrivere il tango “Audacia”, musicato da Hugo La Rocca.
Per tanti anni Rosita Quiroga ebbe questo tango nel suo repertorio, ma fu negli anni Cinquanta che Edmundo Rivero fece la sua versione dandogli definitivamente la fama che meritava.
“AUDACIA” ( 1926- Celedonio Flores – Hugo La Rocca)
Mi hanno raccontato, e scusa se ti incalzo in questo modo,
che te la tiri da “partenaire” in non so quale Bataclan (teatro di rivista parigino).
che hai rotolato come “potrillo que lo pechan en el codo”
(puledro che viene spinto e cade nel angolo della pista dell’ippodromo),
engrupida (ingannata) bien debute ( di alta qualità, di classe) por la charla ( chiacchera)
de un bacan (persona facoltosa o che finge di esserlo).
Io non “mangio” (capisco) francamente cos’è una partenaire
anche se dicono che sono grezzo e ignorante … cosa vuoi….
non sarà niente di buono se bisogna andare con “todo al aire” (svestite, con tutto all’aria)
in vece di “batirlo” (raccontarlo, dirlo) in creolo lo “baten” (dicono) in francese.
Dopo dicono, e questa informazione, cosa vuoi, mi sconsola,
che viene dai ragazzi che ti hanno visto lavorare,
che esci con altre “minas” (donne) a riempire la passerella
a cantare, se quello si può chiamare cantare.
Tu che non hai orecchio neanche per un “arroz con leche”(canzone infantile)
e cantavi “La Morocha”(tango di Villoldo) come numero principale.
Chi ti ha visto cosi priva di vergogna e di “peleche”(fortuna, indumenti)
intonare “a los berridos” (versi dei cervi o altri animali, urla) quando suonano un charleston.
Ti hanno cambiato, povera “mina” (donna);
se la tua “vieja” (mamma), la “finada” (morta), alzasse la testa dal fondo della bara
e ti vedesse in quella “mano” (situazione) cosi audace e “descocada” (senza ritegno)
morirebbe nuovamente di dolore e indignazione;
tu, quella ragazzina che lei con santità educò cosi silenziosa, cosi umile e formale…
ti hanno cambiata – povera “piba”(ragazza) – ti “engrupieron” (ingannarono) stupidamente
“bullanguera” (rumorosa, di festa) mascherina di un “mistongo” (povero, umile) carnevale.
Victor Ugo Del Grande