Dopo sette anni di ossessione da tango mi sento pronto per il mio primo pellegrinaggio a Buenos Aires. A convincermi non solo la cabala ma anche la fortunata coincidenza di essere ormai in pensione e quindi non si tratta della solita toccata e fuga di due – o al massimo quattro – settimane: mi fermerò nella culla del 2×4 per tre mesi. “Pellegrinaggio a Buenos Aires” è il racconto di questa avventura, tra dettagli pratici, curiosità e note di costume, senza la presunzione di esporre verità assolute ma con l’unico obiettivo di condividere le mie esperienze e le mie impressioni personali, che vi invito, se volete, a commentare.
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La giornata di giovedì 9 inizia con la nostra lezione settimanale da Roberto Canelo. Continuiamo a esserne molto soddisfatti: è il terzo appuntamento solo sulla camminata ma lui riesce ogni volta ad alzare un poco l’asticella dandoci anche i compiti da fare a casa per la prossima volta. Ci sembra – o forse è solo un’illusione – che serva davvero a qualcosa. Proseguiamo alla tardecita del Nuevo Chiqué alla Casa de Galicia, dove siamo già stati. Non male ma niente di indimenticabile.
Venerdì torniamo al Yira Yira. Arriviamo presto e ci vediamo la fine della lezione, va beh che siamo a Buenos Aires ma sembra di essere a Torino: in cattedra ci trovi di tutto. Forse per via delle troppe aspettative – visto che la settimana precedente ci eravamo così divertiti – mi sembra tutto moscio. Come dice sempre il nostro maestro di casa: “Non cercare il tango di ieri, concentrati su quello di oggi”. L’ingresso è salito a 130 Ars (7,89 euro) perché c’è la musica dal vivo con l’esibizione di una orquesta un po’ insignificante – il Sexteto Visceral – preceduta da una triste esibizione, triste nel senso che i due (modesti) non fanno manco un sorriso per tutto il tempo, fanno il loro compitino e poi si ritirano contegnosi. Anche la serata lascia un po’ a desiderare: tanta gente, tanti turisti, tanto disordine in pista. Piccolo aneddoto alla faccia della gentilezza portena: un ballerino locale viene scaricato dalla sua ballerina all’inizio del quarto brano; invece che correre in un angolo a riflettere sulle proprie miserie, esce tronfio dalla pista dalla parte opposta e si trova davanti Chiara e la invita a voce. Per fortuna lei parla bene lo spagnolo e lo rimette a posto. Standing ovation da parte delle sue compagne di tavolo.
Sabato decidiamo per la seratona. Prima al Salon Canning, che però – lo capiamo subito – è riservato alle coppie ufficiali: visti tanti ballerini che in settimana folleggiano liberi e felici qua e là dedicarsi esclusivamente alla legittima consorte. A me è andata bene perché ho comunque inanellato una – seppur piccola – serie di tande eccellenti, a Chiara un po’ meno per i motivi di cui sopra.
A mezzanotte ci spostiamo alla Viruta, che è a due isolati di distanza. Anche qui arriviamo che le lezioni sono ancora in corso. Plurale d’obbligo perché tra il salone al primo piano e quello della milonga vera e propria ci saranno una mezza dozzina di coppie di maestri al lavoro: una catena di montaggio. Tutte le classi sono per absolute beginners, come diceva David Bowie. Verso la mezza si inizia a ballare e per qualche tanda la sala è dominata dagli allievi, sostituiti a poco a poco dai normali avventori, in larga parte devoti al tango acrobatico. Bah, non ci aspettavamo niente di buono ed è tutto confermato: buio pesto, luci colorate spesso intermittenti, frequentissime tande di salsa o di rock and roll, botte da orbi in pista senza pagare pegno perché tanto non si vede a un passo, per lo stesso motivo addio a mirada y cabeceo. Ne parlo con un ballerino locale in piedi accanto a me e gli dico che la cosa non mi piace molto e che non deve piacere neanche alle ballerine. “Perché – mi risponde lui – alle donne piace la cara dura e il ballerino deve essere maschio anche nell’invito”. Mi è dispiaciuto che il mio spagnolo non fosse abbastanza buono da potergli chiedere se intendeva dire che le ballerine vanno afferrate per i capelli e trascinate in pista. Porca miseria, un altro mito porteno che se ne va in frantumi.