“Marianito”, grazie…!

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di Victor Hugo Del Grande

Stavo ascoltando le mie vecchie audiocassette, canzoni e pezzi che non ho mai finito, per ordinare un poco, in questo modo anche simbolico, il mio passato musicale. Sono stato un cattivo padre, è arrivato il momento di riconoscere tutti questi figli abbandonati, trascriverli e dar loro la possibilità di esistere, anche per chi avrà piacere ad accoglierli dentro di sé.

Una canzone o la musica stessa trascendono, non hanno bisogno di un “creatore” ma di uno strumento umano che gli serva da canale, per poter fluire nell’aria ed arrivare a chi lo vorrà. Dio parlò all’uomo attraverso i suoi profeti. La musica sceglie qualcuno di noi per esprimersi ed arrivare alla gente.

Dicevo che ascoltavo le mie cassette e, all’improvviso  – un clandestino –  appare un tango bellissimo: “Marianito” eseguito dall’orchestra di Di Sarli.

Non è un tango molto conosciuto e non c’è tanta informazione neanche del suo autore, Domingo Salerno. Salerno nacque nel 1884 e morì nel 1969. Realizzò le prime esperienze musicali  insieme a Francisco Canaro e Augusto Berto. Delle sue composizioni “Marianito” è la più riuscita.

Sul maestro Di Sarli c’è poco da aggiungere, il suo percorso nella storia del tango e l’importanza della sua eredità parlano da sole. Carlos Garcia disse di Di Sarli: «Non arrangiava niente, la cosa difficile era lo stile e il modo di suonare che esigeva dai suoi musicisti, Di Sarli era la sintesi».

Parliamo sempre dei musicisti scomparsi e li omaggiamo – quelli del passato, i mostri sacri – invece ho scelto questo tango per omaggiare il mio amico Mariano Speranza, “Marianito”.

Ci siamo conosciuti un bel po’ di anni fa durante una rappresentazione del “Rigoletto”, non ricordo bene se nel teatro comunale di Cremona, ma questo poco importa.  L’immagine viva che invece ho è che nell’intervallo tra il primo e il secondo atto trovammo in una sala un pianoforte: Mariano si sedette e iniziò a suonare tangos e io a cantarli.

All’improvviso notai che tutti i colleghi si erano disposti intorno a noi e ascoltavano affascinati questa musica strana: Il tango Argentino.

Mariano in seguito non abbandonò questa musica e credette in un sogno, giorno per giorno lo coltivò, diede tutte le sue energie al lavoro e alla costruzione di un progetto, che prese la forma dei “Tango Spleen”.

Oggi con la sua orchestra gira l’Europa, diffondendo la nostra cultura e il nostro passato, bistrattato e deriso per tanti anni soprattutto da noi stessi. Se vi trovate a ballare in una milonga e ci sono i “Tango Spleen” vedrete gli artisti sul palco, sotto i riflettori, con i loro strumenti, ben vestiti e profumati; dietro a quest’immagine ci sono ore di lavoro e di prove, tempo rubato alla vita privata di ognuno “dei ragazzi” perché tutto suoni al meglio, perché chi balla il tango si senta rapito da un sogno intangibile e profondo e viva una serata in comunione con sé e con gli altri.

Disse Juan Domingo Peron: «Il genio è lavoro». Intendeva dire che i risultati sono sempre frutto di uno sforzo e dell’impegno. Il talento è solo il veicolo che facilita tutto lo studio che si deve portare avanti per diventare un artista, e la passione o l’amore per l’arte, è l’energia che ti sostiene per realizzare il lavoro quotidiano che ti aspetta.

Carlos Gardel saltava per ore con un pneumatico d’auto intorno alla vita, si allenava e studiava i testi in forma maniacale, Isabelita Del Valle, sua fidanzata, gli chiese perché ripeteva  allo sfinimento i testi e ne provava la pronuncia.  «Questo tango – rispose Carlos – non l’ho scritto io ma deve diventare come se fosse mio».

Maria Callas studiava otto ore al giorno, Pavarotti raccontava che una volta aveva incontrato il suo mito, Beniamino Gigli, e gli aveva chiesto: « Maestro, ma lei quando ha finito di studiare?» e Gigli rispose: «Cinque minuti fa».

Oggi il tango argentino ha dimostrato di essere non un prodotto folkloristico o regionale, ma una musica universale, che emoziona tutte le persone nel mondo, di differenti culture e classi sociali, perché – come cerco di raccontare a chi si avvicina per sentire parlare o ballare – il tango non parla all’intelletto dell’uomo ma va diretto al cuore, non si analizza con gli organi uditivi o il cervello, questa musica parla all’anima.

Per questo oggi non rendo omaggio a quelli che hanno fatto il tango, ma a chi quotidianamente porta la bandiera della nostra cultura, sperando che quelli che verranno la raccolgano con amore, rispetto e passione, come il mio amico “Marianito”.

Dal tango “Testamento de arrabal”

                             No es que quiera ni pretenda,                                     Non è che voglio né pretendo,

                             un favor pido nomas,                                                   soltanto chiedo un favore,

                             q ue los que sigan andando                                           che quelli che continueranno,

                             siempre lo quieran al tango,                                        vogliano bene sempre al tango.

                             que no lo olviden jamas.                                              e non lo dimentichino mai.

Victor Ugo Del Grande

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